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Il Picolit è una varietà ampiamente descritta a livello morfologico (Marzotto, 1923; Cosmo e Sardi, 1962; Calò e Costacurta, 1991); il Poggi ne tratta nel suo Atlante Ampelografico del 1939, da cui è riportata la seguente descrizione:

Germoglio: cotonoso e colorato, con foglioline intere, allungate, piane, leggermente piegate lungo la nervatura centrale, internodi dei germogli di colore rosso-violaceo, caratteristico.
Tralci: sottili, con internodi di media lunghezza ed anche lunghi e di colore rosso, grigio scuro.
Grappolo: piramidale, alato, medio per lunghezza e grandezza, serrato (a completa fecondazione dei fiori). Peduncolo corto, robusto, colorato. Pedicelli corti, verdi. Pennello lungo. Acini piuttosto piccoli, leggermente ovali. Buccia resistente e spessa, pruinosa, di colore giallo grigio, opaca, con riflessi rosati, dorata dalla parte del sole. Polpa scarsa, molle, fondente, dolce, gradevole. Vinaccioli grossissimi in numero di due.
Resistenza alle malattie: soffre per attacchi di oidio ed in minor misura di peronospora.
Vigore: medio-forte.

La produttività del Picolit è generalmente bassissima in quanto sono pochi gli acini che allegano regolarmente. Ciò è dovuto al fatto che pochi sono i fiori fecondati. Il fiore del Picolit è fenotipicamente ermafrodita ma fisiologicamente femminile. Gli stami sono corti, poco sviluppati e reflessi  per cui il polline non può raggiungere lo stigma che ha una lunghezza maggiore, ma soprattutto il polline presenta scarsa o nulla germinabilità e risulta perciò sterile. Questo fenomeno è comunemente chiamato aborto floreale.
Per tutti questi motivi, l’autoimpollinazione risulta malagevole se non addirittura impossibile.
La fecondazione avviene solo incrociata con polline di altre viti (una consociazione molto diffusa è quella con il “Verduzzo Friulano”) per via anemofila (tramite vento) o, in minor misura, per via entomofila (tramite insetti pronubi).

Il vino di colore paglierino carico, presenta una gradazione alcolica media di 12.5° e un acidità di 4 gr/l in acido tartarico. Delicatamente profumato a ricordare i fiori di campo, armonico, presenta una caratteristica che lo rende unico, cioè stimola i recettori di tutti e quattro le dimensioni gustative: il dolce del miele di acacia, l’amaro della mandorla, l’aspro che ricorda l’acidità del limone e il salato che ci da la sensazione di aver bevuto un vino secco. Per il grado alcolico e l’amabilità dovrebbe risultare caldo e generoso al palato ma paradossalmente riesce fresco e sottile con sensazione di “bocca pulita”. È un vino liquoroso da invecchiamento.

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